Morte del pirata Hanniver

Riccardo Tabilio

Conobbi il celebre pirata Jakob Hanniver in una locanda al porto di Amsterdam il 27 luglio 1658. Insieme a lui viaggiai su diverse navi e sotto molte bandiere per venticinque anni, fino al Natale del 1683, tra i Caraibi, le Indie e l’Europa. Quella che segue è la storia fedelmente riportata di ciò che mi narrò in punto di morte e di quello che accadde, quando, nei pressi di Santa Veronica dell’Iholcocùn, egli non era altro che un morto parlante macerato dalla febbre gialla.

Iddio sia testimone della verità delle mie parole e possa perdonare i miei misfatti quando verrà il mio turno.

 

Amen.

L’importante è cominciare… Cristo santo. Siamo appena all’inizio e già trabocca di stereotipi sui pirati. La febbre gialla: ci mettiamo anche un pappagallo parlante, che dici, Jacques?

Ma poi chi se ne frega degli stereotipi! Non è questo che vogliono al giornale? Si stampa certa immondizia… E poi ci pagano a righe. Per cui è meglio allungare il brodo.

 

La notte che il grande Jakob Hanniver rese gli ultimi brandelli della sua anima a Dio ci trovavamo nel mezzo della foresta vergine a parecchie miglia di distanza dalla città di Santa Veronica, un piccolo porto degli spagnoli, che avevano costruito quello sputo di città alla foce del fiume Iholcocùn: poco più di uno scalo per imbarcare acqua e – per la miseria – anche le luride malattie dei selvaggi! Il fiume attraversava la giungla a zigzag fino ad infilarsi in una stretta valle. Lì, si diceva, prendendo il sentiero giusto, era possibile raggiungere una necropoli abbandonata, un posto lontano e impervio, ma soprattutto – buon per noi! – poco conosciuto. Laggiù avremmo trovato l’oro. Senonché, dopo tre soli giorni di viaggio a bordo di una piroga, il mio compagno di avventure cominciò a mostrare i segni della malattia, a cui io, per grazia di Dio, mi scoprii immune. Ci fermammo. La nostra guida, un creolo alcolizzato di Santa Veronica, avvedutosi del male di Jakob e preoccupato per la sua pelle, ci piantò in asso e non lo vedemmo più. Costruii da me il bivacco, trovai della legna e feci un fuoco su cui misi a scaldare una pentola d’acqua. Jakob si stese nella tenda e da quel giaciglio di fortuna non si mosse più fino alla fine. Mi presi cura di lui, Dio l’abbia in gloria! Gli portavo uno straccio bagnato nell’acqua calda che si passava in continuazione sul volto e sul petto, gli davo quel poco che riusciva a mangiare, acqua e rum da bere.

Rimanemmo lì tre giorni e tre notti. Buon Dio, mi piangeva il cuore per quel figlio di una bagascia olandese (che Dio tenga in palmo di mano anche lei!), ma mi abbandonai al sollievo quando finalmente i suoi tormenti cessarono. Fu poco prima dell’alba, il giorno di Natale.

 

Bene. Ora bisogna capire che dice il moribondo. Ma prima contiamo… più di venti righe! E non sembrano nemmeno tanto male. Si festeggia!

Santo Dio. Niente di peggio... Ma anche niente di meglio, visto che questa è l’unica bottiglia che abbiamo qui. Acquavite di contrabbando. Regalo di amici: come rifiutare?

Altro giretto e poi si ricomincia.

Tu non bevi, Jacques, no?

 

«Ci conosciamo da una vita, Garrick»: queste chiare parole uscirono dalla gola del mio compagno l’ultima notte della sua vita. Le ore di delirio incosciente che le avevano precedute mi avevano convinto che per lui era finita, che la corda era arrivata al nodo.

«Ci conosciamo da una vita, eppure io… Ricordi quel giorno ad Amsterdam?»

 

E parte la storia. Un passato truce: Jakob, il vecchio pirata, in realtà è… il padre di Garrick! Ah, Cristo santo, non diciamolo nemmeno per scherzo! Proprio immondizia pura dobbiamo scrivere? Facciamo così: Jakob era inizialmente pagato per uccidere Garrick, ma qualcosa glielo aveva impedito. Lui stesso se l’era impedito. Meglio.

Un cicchettino e si ricomincia.

Uuuh! Veleno.

Vatti a fidare degli amici.

 

... Quella che usciva dalla gola del mio compagno era una rivelazione: un segreto doloroso che egli aveva voluto preservare per venticinque lunghi anni. Ecco il perché di quella fuga precipitosa da Fuerte Majarrès! Tra Jakob e me era finita quasi alle pistole. Lui era capitano, io capitano in seconda. Nel pieno dell’affondo – così lo chiamavamo, Dio buono: era il nome di un’incursione notturna in città per fare bottino! – nel pieno dell’affondo, quando la partita sembrava chiusa a nostro vantaggio, Jakob comandò di lasciare tutto, tornare alla nave e salpare. Una decisione illogica, contro i nostri interessi e contro quelli dei committenti che ci procurò un mucchio di nemici e ci buttò addosso un mucchio di fango.

Quasi ci ammazzammo a coltellate.

«Capisci adesso, Garrick, amico mio: capisci perché vi costrinsi a scappare? Al forte avevano preparato un’imboscata per te!»

Ero senza parole. Meccanicamente gli misi sul petto lo straccio bollente, mentre il mio povero compagno in fin di vita – uno che aveva ammazzato gente a sangue freddo piantandogli un coltello in un occhio! – piangeva come un bambino.

Ma io ero avido dei suoi segreti: cercavo di incitarlo a parlare, a dirmi di più, sforzando di carpire ogni parola come granelli d’oro da un setaccio di fango. Lui tossiva in continuazione. Sputava fuori le consonanti come fossero lamette da barb

 

No no, questa frase devo averla letta da qualche parte. Ma sì, certo, sempre immondizia, per Dio! Ma non possiamo certo metterci a rovistare tra i rifiuti per mettere insieme le nostre belle cento righe! Bisogna essere originali. Ora ci mettiamo un bel pericolo!

 

… L’aria del fiume, d’improvviso, mi portò un rumore. Posai la mano sul braccio di Jakob che subito tacque – bravo vecchio mio: sempre in allerta! Nascosi la lanterna alle spalle, mi alzai in piedi e uscii dalla tenda per scrutare il buio. Qualcosa si muoveva, sulla riva del fiume. Bestia o umano?

 

Auh! Facciamoci forza. Dieci cent per ogni riga, dieci dollari per cento righe. Praticamente due bottiglie di rum per ogni storia.

Due giorni di allegria.

 

Sinuosa come un coltello malese e altrettanto assetata di sangue, una pantera era giunta nei paraggi dell’accampamento. Pervaso dalla paura, il mio corpo si irrigidì; ma la mia mente prese a ragionare febbrilmente. Di scappare non speravo: solo il bagliore del fuoco da campo – fastidioso per i predatori notturni – tratteneva il mostro dal saltarmi addosso e farmi a pezzi. Lontano dall’accampamento avrebbe avuto gioco facile a mettermi a terra e spezzarmi il collo con un morso. Inoltre trovavo repellente l’idea di lasciare Jakob alla mercé di quella bestia, specie ora che le sue rivelazioni avevano innalzato un patto di sangue, tra di noi. Andava messa in fuga. O uccisa.

 

Ah, Dio santo, Jacques! Come posso scrivere certe cose!

Lo so, lo so: è per soldi, lo faccio per i soldi. Non guardarmi così. E smettila di masticare quei semi. Mi dà sui nervi. Adesso ci concentriamo: ci scoliamo il bicchierino della buona fortuna – ecco fatto! – e ricominciamo.

Aspetta, prima un altro mezzo.

 

Con circospezione sfilai il coltello dalla fodera e iniziai a muovermi piano intorno al fuoco. Avevo con me un sacchetto di polvere da sparo. Volevo gettarlo nel fuoco perché l’esplosione la spaventasse, ma doveva avvicinarsi di più perché io fossi sicuro di terrorizzarla. Qualcosa non funzionò: appena fui al buio la pantera si mosse in avanti, per balzare. Qualcosa non funzionò: non appena fui

 

No, questa l’ho già scritta. Sto facendo casino.

Sono ubriaco.

Insomma portiamola a termine questa storia!

 

... Il corpo insanguinato della pantera giaceva sopra di me. Tornai in me: ero vivo! Mi scostai con un sussulto. Jakob, accasciato fuori dalla tenda stringeva la pistola fumante. Benedetto amico mio! Aveva trovato la forza di alzarsi, caricare la pistola, fare fuoco e salvarmi di nuovo la vita. Fu l’ultima cosa che fece prima di cadere in terra e spirare.

Era poco prima dell’alba, il giorno di Natale, l’anno 1683.

 

Ah, povero me! Quante sciocchezze! Io sono Garrick Howley, sì, e con Jakob Hanniver ho passato venticinque anni, lo sapete bene, voialtre canaglie del giornale: solo questo v’interessa! Ma la nostra vita era diversa, povero me! Ma ormai Jakob è morto e io sono vecchio – ho trentanove anni! – povero e malato. Non c’è niente di vero in questa storia: tutte fandonie di gusto piratesco. E tu Jacques, tu non sei un pappagallo, sei solo una specie di merlo da quattro soldi che non dice mai una parola e che non fa altro che cagare tutto il giorno!

Tranquillo, Garrick, non fare casino. L’hai scritta, no?

L’hai scritta.

Ora dormici sopra e domani la rileggi. Sei ubriaco fradicio. Una storia due bottiglie di rum.

Già, al diavolo!

Evviva la vita!

Scrivi commento

Commenti: 3
  • #1

    Il Mala (giovedì, 12 giugno 2014 01:15)

    Del viaggio

  • #2

    Il Mala (giovedì, 12 giugno 2014 01:18)

    Del viaggio non ha nulla, è la storia di un giornalista. Mancato l'obbiettivo. In più non accade nulla di che.

  • #3

    barbs (domenica, 22 giugno 2014 15:32)

    suvvia mala, il viaggio c'è ed è sia "reale" che interiore. ci piace!!