La prodigiosa invenzione del professor Van Huuh

Riccardo Tabilio

«In conclusione, la situazione è questa».

La relazione del portavoce del team di ricerca della Società per il Monitoraggio della Conciliabilità della Vita Umana con il pianeta Terra – sei ore di sfaceli, catastrofi, contaminazioni e crisi idriche – ha lasciato nella sala un senso di soverchiante preoccupazione, che ha spazzato via persino il bel ricordo del pranzo a buffet, con le pizzette, gli ombrellini e i calici riempiti da deliziose cameriere poliglotte. La voce tesa del professor Juuskulainen, presidente dell’assemblea, rompe il silenzio: «A nome della Società, ringrazio il team di ricerca per l’accurato lavoro e per l’esauriente relazione. (nessun applauso) È chiaro a tutti che la situazione è allarmante oltre ogni prospettiva: come mai prima d’ora siamo chiamati a trovare una soluzione!»

Di fronte alla dura presa di posizione del presidente, persino MacHunt, capo della Liberal-Confederazione e incallito econegazionista, non fiata, complice anche il vetro dello scafandro respiratorio che lo isola completamente dal consesso (MacHunt ha contratto un bouquet di malattie ai polmoni – i maligni dicono a causa di una passeggiatina dimostrativa per le strade inquinatissime della sua capitale…). Ma non si sentono nemmeno le altre storiche voci contro, le superpotenze dell’industria mondiale: molti sono assenti come il premier-manager Tofushima, impegnato a fronteggiare uno sciame di maremoti e scoppiettii nucleari.

«Vi invito a riflettere, cari colleghi: lo stile di vita di novantadue miliardi di persone è oggi inadatto all’ambiente terrestre. I segnali d’allarme che il nostro pianeta ci sta lanciando attraverso gli squilibri dell’ecosistema sono inequivocabili!», prosegue Juuskulainen. «Quindi, in virtù dei miei poteri, delibero che la presente assemblea non sarà sciolta finché non avremo trovato una soluzione praticabile al rischio dell’estinzione della specie umana dal pianeta Terra.»

Un brusio d’insofferenza si leva da alcuni scranni ma è azzittito dai più. Sporadiche gocce di pioggia cominciano a tamburellare sulle grandi finestre della sala congressi del Palazzo di Cristallo, svettante tra i grattacieli della Metropoli Atlantica – la città sospesa sull’acqua che accoglie l’epocale convegno di politici e scienziati – mentre iniziano i dibattiti. Vengono fuori proposte, idee, cavalli di battaglia vecchi e nuovi; si snocciolano piani di fattibilità e obiezioni; si odono tirate appassionate, invettive e slogan, ondate di sdegno e risate, mix di applausi e di fischi.

L’idea di una migrazione dell’intera umanità a bordo di un’immensa nave colonia (destinazione HZ309459 Horus, un pianeta vergine, che gli sterminati oceani di metano e idrocarburi e l’avvolgente coltre di nubi di ammoniaca renderebbero molto più adatto alla vita rispetto alla vecchia Terra) è salutata da un euforico battimani. Il grande entusiasmo è però smorzato da una serie di schianti provenienti dall’esterno. Ci si assiepa alle finestre: una dozzina di vecchi satelliti alla deriva, simili a uno stormo di autobus in fiamme, si stanno abbattendo sulla città. I mezzi di soccorso, usi a queste emergenze, sono già alle prese con lo spegnimento degli incendi. Concludono l’inatteso spettacolo una scarica di quarantasei fulmini, una scintillante pioggia di lamiere contro i vetri antirazzo del Palazzo e la comparsa di un piccolo tornado ballerino tra gli edifici. Il cielo sopra il pianeta è pieno di ferraglia: secoli di telecomunicazioni e previsioni del tempo hanno affollato ogni metro quadrato lassù di relitti orbitanti, rendendo ormai insensata la prospettiva di superare indenni l’atmosfera, a bordo di qualsiasi velivolo. La soluzione è evidentemente impraticabile. L’umanità non può scappare.

Il dibattito prosegue e cala la notte. La pioggia si è trasformata in una violentissima tormenta, che pure non riesce a rinfrescare l’aria (la media stagionale è superata di una dozzina di gradi), né a ripulirla dall’alta densità degli ossidi. Con il buio vengono estenuazione, stanchezza, sconforto: i «si potrebbe…» vengono puntualmente smontati; i «basterebbe…» vengono bocciati perché inverosimili. Ancora una volta torna il silenzio e l’ennesimo black-out mette in funzione le basse luci di emergenza. All’improvviso le porte pneumatiche della sala si spalancano e un’ombra si staglia sull’alone dei neon. Qualcuno riconosce l’ospite inatteso: si leva un sussurro di curiosità e di timore.

Il leggendario professor Tamerlan Skånde-Jovanić Van Huuh, accompagnato dal boato di teatralissimi lampi, entra nella sala. Le luci si riaccendono.

Juuskulainen si avvicina il microfono: «Professor Van Huuh! Non ci aspettavamo…»

«La cosa non mi stupisce, Arvo. È chiaro che sono un ospite non a tutti gradito: le difficoltà che ho incontrato per arrivare fin qui me lo hanno ripetutamente rammentato».

Van Huuh è una figura leggendaria. Intellettuale di origini composite, all’inizio della sua carriera, si fece conoscere per alcuni arditi studi sull’antropizzazione della biosfera, ma una sorta di crisi mistica, vent’anni fa, lo allontanò per sempre dalla comunità scientifica. Da leader di uno dei centri di ricerca tecnoambientale più importanti del pianeta, Van Huuh divenne un nomade e viaggiò nei luoghi più primitivi e inospitali del pianeta, ricercando la solitudine e le condizioni di vita più estreme: si mescolò agli schivi abitanti dei deserti; pagaiò tra gli iceberg antartici; percorse, a bordo della sua navetta sottomarina, le strade delle antiche città di mare, oggi sommerse. Tornato nel mondo civile, Van Huuh si ritirò a vita privata. Ma qualche anno dopo, spinto da amici, si decise a pubblicare un libello con i suoi pensieri, ottenendo grande risonanza e aggregando – suo malgrado – una corrente di scienziati e pensatori critici. Molti lo considerano un visionario, alcuni lo definiscono un genio: altri pensano che sia un pagliaccio.

Van Huuh appoggia su un sedile vuoto il bastone, la giacca e la maschera antigas.

«Se permettete, approfitto della bella compagnia per presentarvi una mia idea».

Senza complimenti il professore raggiunge il podio e si aggiusta il microfono. Fisionomia non codificabile, grigi capelli sottili, baffi e barba regolati in una bizzarra geometria, mantellina nera e parlata elegante lo fanno apparire come un vero e proprio alieno.

«Sono sicuro che i vostri scienziati, con la consueta cautela, vi avranno già fatto il loro acquerello della catastrofe. Andiamo oltre. Sono qui per esporre un’idea che potrebbe salvarci dal muro contro cui stiamo galoppando e, chissà, magari farci fare dietrofront. (brusio, tac: partono le slide, silenzio) I nostri mezzi di trasporto sono oggi una delle maggiori cause del disastro. La propulsione a reazione, i campi di levitazione e i cuscinetti d’aria dei nostri veicoli consumano la gran parte della nostra energia. (tac) E producono metà dell’inquinamento del pianeta. Nel corso dei miei viaggi (No, Jeanne, è improbabile che io abbia mangiato scarafaggi, visto che sono estinti da cent’anni... – si interrompe Van Huuh, mettendo a tacere un bisbiglio) – nei miei viaggi, dicevo, ho sviluppato un progetto. Eccolo!» (tac)

Lampi ne sottolineano l’apparizione: una sagoma circolare, perfetta, circondata da raggi, interrotti alla stessa altezza da un cerchio più grande.

«Finora si è trattato di muovere un mezzo sopra una superficie. Per il solo fatto di staccarsene – per levitare, per volare... – viene oggi consumato il 95% dell’energia. Con quest’invenzione il movimento sarà invece impresso ad un elemento tramite, costantemente appoggiato alla superficie da percorrere. Un sostegno, che annulla l’energia necessaria alla sospensione e che risulta costantemente in moto!»

Lampi in perfetto controtempo, il pubblico non fiata.

«Non escludo che, costruiti i primi prototipi, si possano immaginare serie di questi strumenti, legate da mozzi anch’essi girevoli, trasportare beni per centinaia di chilometri – magari su binari!»

Tac.

La grafica illustra il prodigio. Il pubblico è senza parole. Qualcuno ha smesso di seguire Van Huuh quasi all’inizio, tuttavia gli applausi sono oceanici e gli impediscono di proseguire oltre.

L’umanità è salva!

Scrivi commento

Commenti: 4
  • #1

    Riccardo Cutroni (sabato, 31 maggio 2014 23:11)

    L'idea di una 'scoppiettante apocalisse' è sicuramente goduriosa, la descrizione totalmente priva di epicità di un momento che dovrebbe essere altamente drammatico è interessante e originale. Mi piace l'atmosfera cialtrona di questo convegno; la pomposità del linguaggio, le venature satiriche, i dettagli minuziosi (i quarantasei fulmini!) ci stanno. Riccardo è stato il più versatile e camaleontico, una scrittura molto diversa rispetto al primo racconto. Insomma, la fantascienza così trattata (mi viene in mente Douglas Adams) ha un suo perché e non è affatto detto che sia meno evocativa di quella più seriosa. La cosa che però non mi convince del racconto è la chiusura, ho notato anche nel racconto 'nero' una tendenza a ricercare il finale ad effetto o comunque a voler chiudere ermeticamente il cerchio. Personalmente io preferisco soluzioni meno nette nei racconti brevi. Soprattutto in questo caso ho qualche dubbio, il finale aveva per me il sapore di una lezione morale. È vero che siamo nell'assurdo però, non so, mi è rimasta quest'impressione appena sono arrivato alla fine. Trovo che si sarebbe potuto escogitare qualcosa meno ad effetto, un finale più sottile, qualcosa che facesse respirare di più il racconto. Spero di essermi spiegato...

  • #2

    fucinanarrante (lunedì, 02 giugno 2014 12:42)

    Ciao Ric, sono entusiasta che tu sia nostro lettore e che ci recensisci! Grazie anche della bella analisi che mi hai dedicato. Ci onori molto! Quando parli del finale includi l'intera presentazione che Van Huuh fa della sua 'prodigiosa invenzione, o solo la reazione dell'assemblea alla sua trovata?

    A presto, caro!

  • #3

    Riccardo Cutroni (martedì, 03 giugno 2014 22:03)

    Hai ragione, potevo essere più preciso. Intendevo l'idea che la presentazione si chiuda davvero con la ruota e che questa effettivamente venga accolta come soluzione plausibile. la mia sensazione è che questo faccia virare troppo il racconto sulla favola morale o un mito eziologico della serie '...e così nacque (rinacque) la ruota'. Per carità, è un genere anche questo, per altro in un contesto ironico, ma personalmente non lo trovo molto interessante e piuttosto scivoloso.

  • #4

    Il Mala (giovedì, 12 giugno 2014 01:02)

    Atmosfera fantastica e anche qui lettura scorrevole.
    il finale spento. forse,come dice Riccardo, è la morale che lo smorza molto o l'immagine che mi è ho ricevuto dell'invenzione.