Metazombie

Ruben Omar Mantella

Pol era uno scrittore che aveva imparato ad usare il fucile. Correva nell’oscurità totale, inseguito da zombie affamati, a perdifiato, salendo scale di cemento. Cercava un ritmo con i piedi e con i polmoni. Fallo bene: corri e spara, pensò; sii metodico, pensò. Faceva qualche gradino, si voltava, sparava. Stava contando, si rese conto, dieci gradini, giro, carica, fuoco.

L’inerzia del suo corpo in corsa venne bloccata da una porta in ferro. Bestemmiò, aprì la porta, si voltò, sparò alla cieca, chiuse la porta, mise il chiavistello.

Dal tetto dell’enorme centro commerciale, sotto al cielo che imbruniva, Barcellona sembrava ancora intatta.

 

L’Apocalisse zombie lasciò il mondo così come lo aveva trovato: povero d’immaginazione.

Una povertà che ci fu fatale, inconsciamente preparati da mezzo secolo di film ad affrontare una situazione immediata e catastrofica, fatta di città in fiamme e caos dilagante, di armi automatiche che proliferano, di uomini e donne che urlano e fanno telefonate interurbane. Qualcosa con gli elementi di una decisione presa, irrevocabile. Vivi contro morti. Corri e spara. La legge del più forte, okay. Che altro? Provviste, armi da corpo a corpo. Cos’altro? Il mondo è cambiato (frase tipica), fai una mappa della zona, individua i rifugi, rimani in movimento. Cose che ormai sapevamo tutti.

E invece.

 

Pol si lasciò cadere contro la porta. Pugni non-morti battevano dall’altra parte, ritmici come pendoli, privi di vera passione omicida. Si guardò attorno, rinfrescato dal vento della sera. Estate sul Mediterraneo. Le sue ultime speranze chiuse in un disco rigido da due terabyte. Giorni di video e audio. A lui servivano solo novanta minuti, per sapere se c’era ancora speranza per la razza umana.

 

È che, in sé, lo zombie classico non è nulla di nuovo. Una creatura che non ragiona, affamata, va bene, e allora? Come i gatti o gli squali, i barboncini e i pesci rossi. E alla ‘sembianza umana’ ci si fa anche l’abitudine, e comunque non è quella che ti coglie impreparato.

Il vero problema è un altro.

 

Pol estrasse il cavo dallo zaino, il coltellino, la torcia, facendo il giro del cassone di cemento che chiudeva la rampa di scale. Aprì il pannello elettrico, torcia in bocca. Il disco era partito. Il generatore collegato. Trecentocinquanta metri di cavi elettrici, solo per quell’edificio. Chilometri di cavo per l’intera piazza, fino al generatore a benzina. Mentre manometteva il circuito, mentre il fucile ancora caldo gli bruciava la schiena, sentiva il respiro degli zombie invadere l’aria come un sibilo impercettibile.

Il ritmo. Il ritmo gli dava sui nervi più di ogni altra cosa.

 

Perché gli zombie dei film smettono di essere ciò che erano prima e diventano qualcos’altro: non-morti, appunto; mostri che trascinano i piedi. Il mondo, il mio mondo, quello reale, non era preparato a creature che, fondamentalmente, erano l’immagine stessa della produttività, dell’impegno. Della coerenza.

E poi sì, ti sbranavano.

 

Okay, si disse, fatto. Alzò la leva, sentì l’elettricità statica dell’intero centro città sollevarsi dal cemento come una nebbia frizzante e radioattiva. Piazza Catalunya si illuminò. Su ogni tetto gli altoparlanti emisero un unico suono esplosivo.

Gooooooooooooooool! Gol, gol, gol, gol, gol! Goooool!

 

Il virus costruiva su quel che c’era, e lo portava al parossismo, alla parodia. Eri un fattorino? Un attore porno? Una commessa del supermercato? Facevi esattamente quello che avevi sempre fatto, ma di più. Lavoravi e dormivi. O scopavi e dormivi. Lo facevi e basta.

Eri un falegname?

Misuravi, tagliavi, piallavi.

Ma poi ti rendevi conto di aver piallato per ore. Di aver piallato anche il tavolo, di star per piallare il pavimento. Di non aver parlato con tua moglie per giorni, di non esserti lavato, di avere quarant'anni e di sognare con la bava alla bocca i boschi infiniti di conifere che ti mancano da piallare. La tua ragione di vita.

Così, i tuoi cari si trovano in casa un uomo che pialla e mangia, dorme e leviga. La perdita della parola, la puzza, il sentore di morte e la lenta decomposizione diventano il male minore di un meccanismo bloccato, di un ritmo, una fuga dal tempo.

Ma a te piace, lo fai perché senti che ti fa stare bene. Che male c’è in un uomo o una donna che fanno ciò che li fa stare bene? Non è quello, il senso di tutto? Perché dovresti preoccuparti? Perché dovresti farti domande, importi discipline, rivolgerti a regole che non hanno nulla a che vedere con il tuo proprio benessere?

Ci potevi mettere mesi, e la cosa peggiore: non te ne rendevi neanche conto.

 

La piazza era un tripudio di colori sotto un cielo nero. Una decina di schermi: campo verde, magliette gialle, magliette bianche. Piccoli stecchini con le gambe chiare, alcuni con le gambe scure, che si muovono in due dimensioni su di uno sfondo verde acceso. Corrono di qua, corrono di là. Un puntino bianco si muove impazzito, volando da una parte all’altra.

Mondiali 2014. Tutte le partite, registrate e riprodotte all’infinito.

Il ritmo, il respiro morto della città si ferma.

 

Poi sì, sono sempre umani, devono pur mangiare. All’entropia frega un cavolo della vita o della morte. Allo stadio finale, incapaci di fare altro che la loro Occupazione (come venne definita) e colti da repentini attacchi di fame, si lanciavano sul primo pezzo di carne che trovavano. Ma è che così innocui, così ‘inseriti’, così inizialmente applauditi come esempi, più che come minacce, la strage fu lenta e rarefatta. Nuclei di morte, macchiette di omicidi inspiegabili su di una mappa che si andava butterando a poco a poco.

Quando ce ne rendemmo conto, come si suol dire, era troppo tardi. Il virus esteso fino al punto in cui era più facile contare i non infetti.

Non ci preoccupammo, in fondo, perché erano simili a noi: facevano quello che dovevano fare. Possono dire di no a te, al tuo desiderio di non essere sbranato, ma non dicono mai “no” a se stessi, ai propri impulsi inespugnabili. Il virus, in un certo senso, ci ha purificati. Eliminando tutto il superfluo è rimasta solo l’Occupazione: ossessiva, infinita, fine a se stessa. Cosa ne ricavi, il virus intendo, è tutt’ora un mistero della scienza.

 

Pol non ci poteva credere. Seduto sul ciglio del tetto, la città era ora un brulicare di corpi, a migliaia, che confluivano come un fiume puntinista; zombie ondeggianti, lo sguardo bovino, attratti dagli schermi come piccole falene. Bocche spalancate, un milione di teste sollevate in vari stadi di decomposizione e meraviglia. Occhi sgranati. Un’unica massa ipnotizzata e felice. Il cronista commentava la partita con toni drammatici.

Pol si sedette, tirò fuori un vecchio quaderno, una penna stilografica.

Lasciò cadere il fucile e sorrise.

 

Il calcio funziona. Un’intuizione che aveva del sociologico, totalmente azzardata, eppure funziona. Possiamo dirigerli, ora, possiamo controllarli, cercare una cura, forse, o sterminarli tutti. Una cosa alla volta: scenderò da questo tetto e usciremo dai rifugi, ci riprenderemo la città col sudore e la pazienza.

Ci sono ancora zombie chiusi nelle chiese, ad ondeggiare la testa.

Zombie nei seminari, a fare gli Ottimisti, a pensare al Successo, a preoccuparsi per la Salute. Contemplando powerpoint colorati.

Zombie nelle case, per strada, scopando inutilmente. Carni in decomposizione che si schiaffeggiano a vicenda.

Zombie davanti a telecamere, che si consegnano premi, guardandosi male.

Divorando stagisti.

Zombie affondati nel divano ed altri, ben vestiti, che sorseggiano aperitivi.

Zombie nelle caserme, che corrono, che salutano, che fissano mappe.

Zombie su automobili nuove, balbettando ‘design’.

Zombie nelle fabbriche, zombie negli uffici.

Zombie su computer spenti, zombie che ballano zumba.

Zombie che mimano il parto, che giocano con bambini morti.

Zombie nelle biblioteche, nelle università, che citano altri zombie.

Uniti nella piazza, sotto venti metri di LED colorati e irresistibili.

A contemplare l’inutile Occupazione degli altri.

 

Quando le squadre di soccorso arrivarono fin lassù, erano passate cinque settimane. Sul tetto del centro commerciale, Pol se ne stava seduto in modo assolutamente civile, a gambe incrociate, in apparente contemplazione, il fucile con le ragnatele, la penna ormai scarica che grattava la carta.

Pol scriveva.

Ma l’odore di morte, lì all’aria aperta, così vicino al cielo, non si sentiva affatto.

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Commenti: 4
  • #1

    Il Mala (domenica, 20 luglio 2014 09:31)

    Mi piace il messaggio di fondo del calcio come"arma di distrazione di massa", però alcuni passaggi sono poco chiari, chi è il narratore? Chi è il protagonista? Non sono quasi riuscito a capire cos'è successo.

  • #2

    fucinanarrante (domenica, 20 luglio 2014 23:23)

    Il narratore in corsivo è il narratore onniscente. L'altro è Pol che scrive "Una cosa alla volta: scenderò da questo tetto e usciremo dai rifugi, ci riprenderemo la città col sudore e la pazienza". Leggi con calma Mala! Forse vai troppo veloce. Ma grazie per leggere e commentare!

  • #3

    Il Mala (lunedì, 21 luglio 2014 05:26)

    Ho capito graficamente chi sono, ma nella storia? Del protagonista non so nulla tranne cosa fa.

  • #4

    Vera (mercoledì, 30 luglio 2014 11:45)

    Mala...devi lasciarti trasportare dalle immagini che ti evoca il racconto. Non essere sempre così fiscale.
    Io ho apprezzato l'ordine narrativo, che a un certo punto diventa ossessivo (forse quasi troppo ma ci sta) come gli zombie. Bella l'idea, e tutto sommato mi è piaciuta anche la realizzazione, ho visto tutto.
    Perla nel finale, anche se me lo aspettavo. Bravo!